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Ultimo titolo del Ring, è l’opera più amata delle quattro, insieme alla Valchiria che piace perché è il dramma dello strazio amoroso – gemelli amanti, padre e figlia - mentre il Crepuscolo attrae per lo spirito di vendetta da cui è percorso: eroi e uomini hanno ormai preso il posto degli dei, e i sentimenti in gioco sono sempre più terreni. Wagner si permise persino una barbarica scena corale che, solo a nominarla, rischia di far venire un mancamento a chi se la ricorda bene. Nella vicenda, Sigfrido tradisce involontariamente Brünnhilde, che svela a Hagen il suo punto debole e questi lo uccide a tradimento. È la fine di tutto. Anzi l’inizio.
Nell’epoca dello spread, dei futures, dei derivati, del debito pubblico e delle multinazionali, la maledizione dell’oro (e quella dell’anello del potere) sembrano piuttosto attuali. Come lo è la mancanza d’amore.
Barenboim è giunto alla fine dell’impresa e si prepara all’ultima fatica del ciclo completo, a giugno. E il regista Guy Cassiers concluderà il suo matrimonio fra recente tecnologia dell’immagine e antichità germanica pagana.
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